Punk
Sarà stato il 77: il periodo di piena esplosione del punk. Gente che andava in giro piena di catene addosso, con spille da balia infilate da tutte le parti, capelli dai colori assurdi e vestiti stracciati.
Avevo 17 anni e non amavo l’ideale del movimento punk, ma ne amavo l’energia e la forza d’urto, quella voglia di ribaltare tutto e poi vediamo che succede.
Il mio gusto musicale si stava formando in quegli anni una identità propria, e la musica punk proprio non la digerivo: quattro accordi distorti, voci stonate e testi di protesta non mi bastavano. Avevo ascoltato qualcuna della miriade di band inglesi che spuntavano fuori quasi ogni giorno ma nessuna mi appassionava, nemmeno i Clash già tanto osannati: preferivo di gran lunga l’ala newyorkese di Patti Smith e Ramones. Insomma, a mio parere niente che meritasse la spesa di quelle trequattromilalire che ai tempi ci volevano per comprare un disco.
Poi ricordo che un giorno, mentre facevo il mio solito giro pomeridiano nel negozio di dischi sotto casa disponendo delle trequattromilalire di cui sopra, e avendo deciso che nella mia piccola discografia personale doveva essere presente almeno un disco punk, mi cascò l’occhio su una copertina, questa:
Mi capitava spesso di comprare dischi basandomi solo sull’istinto o sull’impressione che mi faceva la copertina, e in più di quel disco avevo letto una recensione che lo classificava come punk d’oltreoceano, sulla scia dei ramones, in pratica…
Così lo comprai di getto e una volta a casa lo misi sul piatto.
Ma questo non è punk, pensai dopo qualche minuto di ascolto, questa è una perla che col punk non ha niente a che vedere.
Chitarre meravigliose che si inseguivano, disegnando melodie addirittura… e assoli… e dio sa quanto mi mancava in quel periodo un bell’assolo di chitarra.
La voce nasale e stralunata del cantante, parole che non sputavano rabbia violenta ma testi con una metrica.
Una sezione ritmica precisa e mai invadente.
In due parole mi innamorai imediatamente di quel disco.
Ne conservo ancora il vinile, comprato in quel lontano pomeriggio del 77 credendo di comprare un disco punk
Reunion

Gli anni settanta se ne stavano andando, vivevamo in quel periodo di mezzo che separa un periodo storico da un altro, ma il brutto era che non lo sapevamo.
Trascorrevamo i nostri ultimi giorni da adolescenti senza più punti di riferimento musicali precisi: il punk aveva spazzato via tutto, non era vera musica, ma a forza di calci e sputi aveva definitivamente reso vecchia la musica intellettuale e cerebrale che ci aveva tenuto vivi e pensanti fino a poco tempo prima.
Poi il punk era finito, così velocemente come era arrivato era anche sparito. Una vita breve ma intensa capace di afferrare le budella di una generazione e stringerle tanto da fare male, per poi lasciare il vuoto una volta mollata la presa.
Ecco come ci sentivamo in quel finire di anni settanta: come con lo stomaco vuoto e dolorante, svuotati di tutto dopo avere vomitato quello che avevamo dentro, buono o cattivo che fosse. Vuoti. Ed in attesa di qualcosa che riempisse quel vuoto.
Nella nostra fin lì breve vita si ragionava in termini di mesi: quindi Pink Floyd e Genesis appartenevano al nostro passato remoto, i Sex Pistols al nostro passato più recente, e non vedevamo ancora niente all’orizzonte.
La musica sembrava non avere futuro.
Mesi di noia mortale scanditi da un vuoto totale di idee e di stimoli.
Musica elettronica, atmosefere post-lisergiche, suoni metallici generati da strumenti nuovi di cui si faceva fatica a pronunciare il nome… Niente e nessuno a cui ci si potesse appassionare se non qualche piccola perla solitaria.
Poi un giorno arrivarono loro.
Erano in tre, si facevano chiamare the Police, sembravano dei punk ma appena attaccavano a suonare capivi subito che del punk avevano preso solo l’aspetto e l’energia, perchè la musica era musica vera, una mescolanza di tutto quello che di buono era stato fatto fino a quel momento. Rock, reggae, punk, elettronica… Tutto fuso insieme a creare un suono per il quale si dovevano inventare aggettivi nuovi.
E musica soprattutto, musica suonata bene e suonata con energia, con un entusiasmo positivo che da tempo avevamo scordato, musica fatta per prenderti le gambe e per costringerti a muovere. Un’energia potente come le bombe che avevamo visto esplodere fino a qualche anno prima, solo che questa volta non erano bombe che uccidevano ma bombe che risvegliavano. Bombe che ti davano energia, un’energia nuova, un pulsare nuovo che non ti colpiva alla testa ma ti prendeva lo stomaco e te lo riscaldava.
Giri di basso ipnotici, una batteria violenta ma secca e precisa, una chitarra elegante e incondìfondibile, la voce acida di Sting a condire il tutto: un sound nuovo che stava per rivoluzionare ancora una volta il mondo della musica, e noi eravamo lì a fare da testimoni.
Ero uno dei tanti al Palasport di Reggio Emilia a saltare sotto al palco e a gridare Roxanne a squarciagola assieme a quei tre scatenati che sembravano divertirsi più di noi.
Sarò uno dei tanti che torneranno a vederli dal vivo dopo l’annuncio della reunion.

