Quando la realtà supera la fantasia
Una famiglia genovese ha deciso di dare al loro figlio il nome “Venerdì”.
Ora, pur essendomi appassionato da ragazzo alle avventure di Robinson Crusoe, mi chiedo cosa passi nella testa di una persona quando prende tali decisioni; oltretutto la madre dichiara con orgoglio che il prossimo figlio lo vorrebbe chiamare “Mercoledì”.
Ma essendo uomo di mondo mi dico: va bene, rispetto le convinzioni altrui, cazzi loro.
Poi proseguo la lettura e scopro che un giudice ha imposto di cambiare quel nome considerandolo troppo ridicolo… Beh, sapete che nome gli ha affibbiato? Gregorio Magno.
A questo punto la domanda mi sorge spontanea: ma cosa ha fatto di male questo povero bambino per meritare tutto questo?
M****
Ricordo notti passate svegli a chiacchierare, ricordo facce a cui non riesco più a dare un nome, ricordo luoghi, ricordo frasi lasciate in sospeso, ricordo una smania di vivere che mi stava addosso dalla mattina alla sera.
Ricordo una sensazione alla bocca dello stomaco, una cosa nuova, quasi un dolore ma bello…
Ricordo un paio di occhi profondi e una voce che mi dava i brividi.
Ricordo l’odore, ricordo il colore, ricordo la luce di ognuno di quei giorni.
Ricordo pentole d’acqua messe a bollire alle 3 di notte e il profumo del basilico in un vaso sul balcone.
Ricordo rientri all’alba dopo notti in giro con gli amici, ricordo giorni passati da soli in casa al buio con lo stereo basso… hey man, che cammini come me…
Ricordo una foto che ti ho scattato la prima volta… l’ho cercata ma non la trovo più: si vedeva che avevamo appena fatto l’amore.
Ricordo i tuoi occhi quando ti ho rivista dopo un sacco di tempo.
Ricordo che in quegli occhi ho visto specchiato un invornito
Pollice verde
Quando una mattina esci sul balcone e vedi che da un bulbo che davi per spacciato è spuntata una cosa del genere…. sono soddisfazioni no?
Garbino
Scritto sei o sette anni fa.
Ogni tanto lo ripesco, perchè mi piace e anche perchè ci sono appena stati due giorni di garbino…
Il Garbino è il vento caldo che ogni tanto, scendendo dagli Appennini e infilandosi giù nelle valli della Romagna, porta scompiglio negli animi della gente del mare. Prende velocità nella discesa, si riscalda e si carica di elettricità ; asciuga tutto quello che incontra sul suo cammino, anche il respiro dei cani, che gli abbaiano contro con la lingua penzoloni ed il respiro corto.
Si dice che il garbino faccia impazzire le donne.
E’ un vento incostante, traditore. A tratti si calma, sembra una brezza leggera che agita le foglie degli alberi più alti, poi all’improvviso una raffica violenta, un crescendo di rabbia che travolge, spazza, trascina… Poi più niente. Ricomincia dopo qualche minuto, qualche metro più in là, da una direzione diversa…
Da bambini una delle prime cose che ci insegnavano era di non entrare in acqua se c’era il Garbino, e per dare forza al divieto ci raccontavano storie di morti affogati, naufragi durati giorni e giorni, gente morta ritrovata dall’altra parte del mare. Noi stavamo fermi sulla riva a guardare i materassini sfuggiti ai bagnanti che volavano via verso chissà dove, forse la Jugoslavia. Guardavamo l’orizzonte e sospiravamo in attesa che il Garbino passasse: a volte ci volevano giorni, ma tanto non ci si poteva fare niente, non si poteva nemmeno giocare a palline, che la sabbia si asciugava in cinque minuti e la pista si disintegrava alla prima folata più forte delle altre.
Il Garbino è un vento che ti rimescola il sangue.
Lo senti già qualche ora prima che arrivi: c’è qualcosa nell’aria, un disagio, un ansia leggera, un peso alla bocca dello stomaco… poi arriva. Una raffica improvvisa, l’odore forte dell’elettricità statica, una porta che sbatte… Eccolo…
Il tuo ritmo di vita cambia, tutto quello che fai è diverso: tutto è più lento, più pacato. Si cerca il refrigerio, gli angoli nascosti, l’ombra e la solitudine.
Dura qualche giorno, poi se ne và . A volte porta la pioggia, a volte temporali violenti, a volte tutto ritorna come prima, come non fosse successo niente.
La vita riprende il suo ritmo, la frenesia di tutti i giorni riprende per mano la nostra esistenza e quella ventata di antichi istinti sembra dimenticata.
Il Garbino ti fa scoppiare la testa.
Di notte rende tutto più magico, ti porta i rumori di genti lontane, i profumi, gli odori più strani. E’ difficile dormire quando c’è Garbino: è lui che comanda e che decide quando concedere un po’ di pace, ed allora si esce, si va in giro a curiosare per le strade, oppure semplicemente si sta svegli fino a tardi, a non fare niente, a pensare, forse a scrivere; alla ricerca di un qualcosa che senti vicino ma che non riesci ad afferrare.
Era proprio una notte di Garbino quella in cui per la prima volta presi in mano una penna e cominciai a scrivere. Salivo le scale di casa e non volevo che quella splendida nottata calda finisse così, dimenticata nei meandri del sonno; la mano cominciò a muoversi sul foglio, e forse in quel momento la mia vita trovò un senso diverso.
Eravamo un gruppo affiatato, stava finendo l’estate ed eravamo liberi e spensierati, o almeno credevamo di esserlo. Quando passavamo la gente ci guardava e diceva, con una punta di invidia: “Guarda, ecco i ragazzi del mare.”
Di giorno aspettavamo il vento in riva al mare, e quando il vento arrivava non esisteva niente altro che la tavola e la vela e le onde da surfare. La notte poi era nelle nostre mani, i locali più famosi erano la nostra casa e dovunque andassimo si trovava qualche amico per fare baldoria.
E fu proprio in quel periodo che incontrai una persona che non avevo mai affrontato faccia a faccia: me stesso.
Ed è stato bello.
Poi ci siamo persi di vista, non so come sia successo, in fondo stavamo bene insieme, ma ora non ci si vede più. Non sono nemmeno più un ragazzo del mare, se è per questo. Veramente non so che cosa sono ora, ma so che per un pur breve periodo sono stato qualcosa di positivo, e la voglia di tornare positivo sta tornando importante.
Per questo sto lentamente riprendendo in mano la penna, anche se ora si è trasformata in computer, e sto lentamente ritrovando il piacere di mettere insieme le parole per fermare i ricordi e le emozioni. E per crescere, andare avanti, scrollarmi di dosso questo vuoto che mi blocca la mente e tornare a vivere una vita soddisfacente.
Non sono più un ragazzo del mare. E questo mi dispiace. Non sono più un ragazzo, se vogliamo dirla tutta, ma non è questo il problema. Non sono più la persona che ero prima, e se da un lato questo può essere una cosa buona, dall’altra quello che sono ora non mi piace poi tanto.




